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A Moon Shaped Pool, ovvero Thom attraverso lo specchio

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Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s'intersecano. E' quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

Tempo e tempi, Satura, E. Montale


 

Premessa: gli artisti mentono sempre. Tendenzialmente nelle interviste (et similia) non dicono mai qual è stata la loro reale intenzione dietro ad un'opera. Anche perché molto spesso non lo sanno neanche loro. Nel linguaggio artistico ad emergere fuori è sempre qualcosa di non razionale. È questo che rende gli artisti tali, il saper maneggiare la materia simbolica inconsapevolmente, la quale si muove anche e soprattutto al di fuori del controllo e dell'intenzione dell'autore.

In secondo luogo: certe volte gli artisti mentono spudoratamente. Non sapremo mai qual è la verità e d'altronde neanche ci interessa, a noi basta volgere lo sguardo alla sostanza enigmatica che loro ci hanno lasciato. Ma comunque il cambiare i titoli, ad esempio della suggestiva fu Silent Spring con una più anonima The Numbers o togliere il The a Present Tense per farle calzare appositamente in un ordine alfabetico, se non sono indizi, sono quantomeno un ammiccamento, un gioco, come giusto che sia dove a prevalere è la dimensione dell'ambiguità.

Terzo: è pressoché impossibile che i Radiohead lascino in maniera così pigra la gestazione della scaletta di un loro long-playing, la trama della struttura sonora del disco-racconto. In passato abbiamo avuto esempi ossessivi financo maniacali: le due settimane sull'orlo della crisi di nervi di Thom Yorke per decidere la scaletta di Ok Computer, le clamorose esclusioni di Kid A poi finite in Amnesiac o alle forme non ingenue di In Rainbows (anche qui omissioni notevoli dirottate nel bonus disk) e The King of Limbs (vi rimando all'importante lavoro di Sig. Bakke sull'argomento).

Ora: per cominciare a sciogliere i nodi della trama di A Moon Shaped Pool, iniziamo a cercare di capire cosa potrebbe rappresentare. Nell'artwork, molto suggestivamente, ci viene suggerita questa sorta di stagno/piscina la cui superficie non esiste, o meglio è bianca, da saturare, tutta da riempire, da cui far riemergere qualcosa. Inoltre in inglese il termine Moon Pool designa una cosa ben precisa: un'apertura sul pavimento o sulla base dello scafo, della piattaforma o della camera d'aria che dà l'accesso all'acqua sottostante*1.

Ed ecco arricchirsi ulteriormente il campo semantico, riportandoci all'epoca delle embolie gassose di The Bends. Questo del subacqueo è un topos dell'autore dei testi, basta pensare alle allusioni al fondale oceanico in Weird Fishes (in cui si interseca anche un altro fondamentale tema: quello dell'occhio*2) o in Lift (non a caso cercata di riarrangiare in occasione delle registrazioni del disco), oltre alle frequenti ossessioni per derive e naufragi (Nice Dream, In Limbo, There There, Like Spinning Plates, la stessa Shipwreck per i Modeselektor, etc.) e alle fantasie su alluvioni apocalittiche che possano sommergere tutto (Paranoid Android, Sit Down Stand Up, il concept di The Eraser, etc.). Ma in genere l'acqua è dall'inizio dei tempi, per qualsiasi cultura, il luogo del ritorno, della purificazione, del passaggio (in questo senso il pensiero va a Pyramid Song, I Might Be Wrong, Bloom e Codex, etc.). Dal mare ritorna sempre qualcosa.

Infine, se volgiamo uno sguardo più attento alla tracklist, oltre all'ordine alfabetico, questa ci restituisce anche una curiosa forma in qualche modo “a specchio”. Da un centro, il core appunto, che cade su Glass Eyes, sembra che si propaghino specularmente come increspature le coppie simmetriche di Ful Stop / Identikit, Desert Island Disk / The Numbers, Decks Dark / Present Tense, Daydreaming / Tinker Tailor e infine Burn the Witch / True Love Waits. I legami possono essere per tema, forma musicale, periodi di composizione, importanza storica o altro che ancora non sappiamo.

Quindi abbiamo fra di noi uno stagno/piscina/occhio/specchio a forma di luna. A questo punto è chiara l'ineludibilità di un'immersione, per guardare cosa ci possiamo trovare dentro. Ma andiamo con calma, cercando di entrare normalmente nella narrazione.


 

Burn the Witch si apre in medias res: è la civiltà, la politica, la legge, la storia, la violenza, la ribellione, la caccia alle streghe*3. Un brusco ritorno alla realtà dopo il viaggio panico di The King of Limbs, dove eravamo stati lasciati da Separator proprio nell'attimo prima del risveglio. Ma è una lotta che ormai sa quasi di un déjà-vu: è anche allo stesso tempo il fantasma di Hail to the Thief.

Subito dopo, come se ci si fosse stancati di tutto ciò, già provato, già ripetuto in passato, si smette improvvisamente di lottare. Dalla dispersività dell'(iper)urbano si torna indietro verso ciò che si stava per dimenticare: Daydreaming è il focolare domestico, il grembo del materno, la memoria dell'infantile, la dimensione della fantasia e dell'intimità. È inequivocabile in questo senso il nastro che torna indietro all'inizio del brano, le voci di bambini, le campanelline-carillon e la cadenza da ninna-nanna della parte iniziale e l'intero video diretto da Paul Thomas Anderson. Poi una nota che cade come una goccia d'acqua smuove la superficie finora calma della clear lake*4: è la seconda parte, l'arpeggio agitato al pianoforte di Jonny. Ecco che qualcosa comincia già ad incrinarsi (“and it's too late / the damage is done // this goes beyond me / beyond you”), per poi sgretolarsi definitivamente verso la fine, con il nastro con la voce in reverse - come non poteva essere altrimenti - che si accartoccia fino a mangiare se stessa (“half of my life”).

Poi con Decks Dark si palesa l'astronave, l'oscurità, l'apocalisse. L'ora più buia che arriva inevitabilmente ad un certo punto nella nostra vita, da cui non ci si può nascondere e da cui non si può scappare. Il suono più forte mai sentito, impossibile da cancellare anche se ci si copre le orecchie. Da cui si è completamente indifesi facendoci sentire come bambole di pezza, che fa sbriciolare e fa rimanere increduli. La cosa più inafferrabile con cui un essere umano può avere a che fare. A livello musicale invece un piano che suona quasi come un'arpa celestiale insieme al coro sembrano indizi pr(el)udenti ad un qualcosa di ascensionale.

Un po' di smarrimento, bisogna interrogare la Natura, il luogo dove si cercano le risposte. Ma nonostante il viaggio di The King of Limbs è di nuovo ostile: lo è già nel titolo Desert Island Disk. Non si vuole accettare questo male così grande e c'è una sorta di evasione, ci si chiede se sono possibili diversi tipi di amore, perché è troppo straziante affrontare la verità direttamente. (“through an oper door way / across the street / to another life / […] / you know what I mean / standing on the edge”).

A questo punto il conflitto è inevitabile. Ful Stop è l'arresto e lo scontro dell'eroe. Qui dapprima è al culmine della rabbia: “you really messed up everything”, poi si accorge che è inutile scappare, “the truth will mess you up”. Quindi ricordando gli “all the good times” comincia ad arrendendosi all'evidenza del reale. Piano piano realizza e supplica mormorando verso la fine: “take me back again” per poi fermarsi. Punto e a capo.

Finalmente si giunge a Glass Eyes, la traccia chiave di questo racconto, di questo disco. Il suo cuore, la sua essenza. Un'introduzione da parte di un pianoforte debussianamente liquido e ovattato ci fa immergere e attraversare lo specchio*5. Cosa vediamo qui dentro, nelle profondità dei propri abissi marini, dagli occhi di vetro di una batisfera? Forse delle memorie dal passato? Forse quello che sta accadendo nel presente? In ogni caso la scena è realistica, forse l'unica volta in cui le parole scelte da Yorke non sono astratte, non lo nascondono: sono crude nella descrizione di una sequenza di un arrivo in una stazione (“hey it's me / I just got off the train”), un dubbio (“and I'm wondering shoud I turn around? / Buy another ticket”), un attacco di panico (“the panic is coming on strong”) e una sensazione di freddo terribile (“so cold from the inside out”). Il protagonista è dissociato da ciò che lo circonda (“the faces are concrete grey”) e vive la sua tragedia silenziosamente (“no great drama message coming-in”).
Ma poi ecco la “oh-so-smug glassy eyed light of day”. Il punctum sonoro, la rivelazione, l'epifania, l'accettazione: “the path trails off / and heads down a mountain / [...] / I don’t know where it leads / and I don’t really care”. L'impressione, ascoltando gli archi, è di una luce caravaggesca che squarcia una divina indifferenza hopperiana. Finché: “I feel this love to the core”. Il protagonista ha visto. Ha capito. Lo sente.

Arrivati qui succede qualcosa. La narrazione che fino a qui procedeva normalmente, è come se si sdoppiasse, si scardinasse, si frammentasse, il tempo e il racconto andassero fuor di sesto. Così, da una parte un tempo alfabetico, che per definizione è (e deve essere) lineare, ordinato, ordinario, quantitativo, oggettivo, misurabile: il Chrònos. Dall'altra parte, dentro lo specchio, un tempo irrazionale, metastorico, scardinato, variabile, qualitativo, soggettivo, evanescente, inafferrabile, mutabile, trabbocante: l'Aiòn. Quindi un brano specchio/stagno/occhio che riflette (a)simmetricamente due linearità. Quella positiva del tempo alfabetico, che nasconde sotto di sé il suo negativo non sequenziale, che va sempre più verso l'immateriale.

Après-coup, dopo aver visto l'Essenza delle cose.
Identikit, che già dal titolo è un processo di agnizione, un rimescolare tutte le carte (la ritmica è rigorosamente in shuffle), è la crisi d'identità dell'eroe dopo che ha scoperto che non esiste un unico tempo. È l'altra faccia del conflitto di Ful Stop, con cui condivide anche il finale in apocope. È la ricomposizione, l'individuazione. “Broken hearts make it rain” il coro è come se accompagnasse il dolore. Ma questa volta la voglia di lottare è forte, musicalmente è rappresentato dal vigoroso assolo di chitarra. Il finale, dicevamo, che si interrompe all'improvviso. Come finirà?

In The Numbers*6 si ritorna nella Natura. Adesso il vento soffia dalla parte giusta (“it holds us like a phantom / it touches like a breeze / it shines its understanding / see the moon is smiling”) e la Luna sorride*7. “we are not at the mercy / of your chimeras and spells”: il déjà-vu si scongiura con la nuova conquista dopo la rivelazione: “we are of the earth / to her we do return” ciò che era ostile in Desert Island Disk, è di nuovo dentro di noi, la sua forza è prorompente. “the future is inside us / it's not somewhere else”, il presupposto per il cambiamento è averlo compreso: poi le cose che dovranno avvenire avverranno, poco a poco (“we'll take back what is ours / one day at time”).

Con Present Tense ci si confronta nuovamente con l'oscurità. È il controcampo di Decks Dark: se prima il protagonista scappava da un'astronave non riuscendo a sfuggirle, la stessa astronave ora è contemplata cinematograficamente da lontano, senza agitazione. La fine del mondo è (il) presente, ma ha trovato un'arma di autodifesa per resisterle. Così danza leggero mentre il mondo crolla giù. E se c'è ancora qualche reticenza a lasciarsi andare del tutto (“I won't turn around / or the penny'll drop / I won't stop now / I won't slack off”), sa che la sfida da cui non può scappare è tutta e solo sua (“stop from falling down a mine / it's no-one's business but mine / or all this love will be in vain”).

E Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief a venir fuori è finalmente la voce della Morte. È il suo recitativo, con il suo ambarabà ciccì coccò indica la sua vittima, fa iniziare il conto alla rovescia (“I'm here / come to me / before it's too late / […] / all you have to do is say / yeah!”)*8. Musicalmente tutto è discendente, ma ha il sapore di danza macabra che sa di filastrocca, il suo andamento è giocoso: è il suo legame con Daydreaming*9.

Il viaggio è quasi finito ed ormai l'eroe è pronto. Perché ha capito ed ha accettato. True Love Waits è puro fantasma, liquido, contemporaneamente assenza e presenza. È l'Occasione, il Kaìros, il core, l'uccisione dell'unico tempo, l'incontro dei tempi: fra le note sincopate quasi imprevedibili ed inacchiappabili, quelle che emergono come ectoplasmi sullo sfondo ed ancora più a fondo un suono che sembra quello di un ticchettio di un orologio*10. Qui è la memoria a trionfare: involontaria, impossibile da controllare, che si sparge come gocce d'acqua, evocata da un profumo, da un gesto, da uno sguardo. Che esula ogni geometria e vive irriducibilmente nonostante tutto. Un brano che non può essere un requiem perché leggero, affettuoso, puro e sincero. Un saluto d'addio e un inno al passato.
Peraltro insieme a Burn the Witch riflette un ruolo particolare nella tracklist: la opener e la closer per la prima volta si possono considerare entrambe delle cosiddette ex-unreleased storiche, brani che sia la fanbase che gli stessi autori caricavano di importanza, quelle che Yorke chiamava "songs from the shelf" quando doveva eseguirle rispolverandole dallo scaffale dei ricordi. E non è affatto un caso la decisione di lasciare andare proprio adesso contemporaneamente anche Lift, Man O War e I Promise.


 

Questa è l'idea che mi sono fatto di questa opera. Insieme centrifugo e centripeto. Che chiude e apre. Afferra e lascia scappare. Che frammenta ma unisce. Il lavoro della maturità, della saggezza. Un viaggio di accettazione della morte, di elaborazione del lutto. Un reminder ad andare avanti portandosi insieme tutto quello che c'è stato. A non fermarsi all'apparenza dell'ordine alfabetico. Un invito a colorare il banale, il superficiale, l'insignificante. Non a caso questo lavoro è sembrato a molti come una sorta di canto del cigno del quintetto di Oxford. Che sia vero o meno non ci importa. Quel che è sicuro è che A Moon Shaped Pool è insieme un punto di arrivo e un punto di inizio. Un percorrere ripercorrendosi, un riepilogo che proietta in avanti. Un'opera giustamente classicista, come d'altronde non poteva essere altrimenti, e sicuramente la più intima e personale dell'intera discografia.

Curiosità sull'avvenire del nostro eroe, il fu lost child, il fu Kid A, a questo punto.


_____________________________________________________________________________________________________________
*1
https://en.wikipedia.org/wiki/Moon_pool. Per onor di completezza c'è da aggiungere che Moon Pool è anche uno slang usato in alcuni stati americani che indica un posto nascosto dove una coppia va a fornicare. Un bel cortocircuito fra innocenza, ironia e poesia.

*2 Qui un'immagine di una batisfera: un'apparecchiatura di metallo a forma di sfera fornita di varie strumentazioni il cui scopo è essere calata negli abissi marini per esplorarli e studiarli.

*3 Il brano può essere anche letto come un riferimento all'enantiodromia Ombra/Persona di C. G. Jung. Vi rimando a questo artwork. Ma in generale tutto il long-playing è permeabile a suggestioni junghiane, con gli archetipi di Ombra/Persona, Anima/Animus, Puer/Senex. E il rapporto microcosmo-macrocosmo, interno-esterno, inconscio-geografia ci rimanda ancora una volta all'artwork dell'LP. Vedi anche nota seguente.

*4 A Moon Shaped Pool è inquadrabile anche come altro da sé di The King of Limbs, oltre ad esserne il suo naturale proseguimento. Se uno è natura/colore/attimo, l'altro è casa/bianco e nero/passato e futuro. Comunque i rimandi fra A Moon Shaped Pool e The King of Limbs, intersecando il buddhismo e le filosofie orientali su cui Yorke era immerso sullo scorcio del millennio, purtroppo non sono esaurilibi in questa sede.

*5 L'immaginario rimbalza fra Lewis Caroll, Jean Vigo, Jean Cocteau, Andrej Tarkovskij e Orson Welles. Le suggestioni si moltiplicano a dismisura rimandandosi a vicenda tra i tópoi di specchio, vetro, occhio, memoria, infantile, nostalgia, oceanico, acqua, natura, materno, soggetto etc. ma in questa sede credo non ci sia il bisogno di addentrarsi ulteriormente in questo senso.

*6 “the numbers don't decide / the system is a lie” ha un sapore quasi ironico: potrebbe essere letto anche come un riferimento metatestuale alla stessa tracklist.

*7 La luna è un altro topos fondamentale dell'immaginario dell'autore. Basti pensare a Sail to the Moon, dove però l'avvicinamento era stato troppo precoce (“I spoke too soon / and how much did it cost? / I was dropped from moonbeams”). C'era però stata una promessa per il futuro (“in the flood you'll build an ark / and sail us to the moon”), ancora più significativa considerando che il brano è stato dedicato al figlio Noah. Più in là nel tempo, nella successiva Lotus Flower ad esempio, la luna è vista upon a stick, è diventata un entità più avvicinabile, tra l'altro rinforzando il legame A Moon Shaped Pool / The King of Limbs.

*8 Questa volta il referente oscilla fra Ingmar Bergman e Jean Renoir.

*9 In realtà il protagonista sapeva già tutto e aveva già dato una risposta: “and we are / just happy to serve you”.

*10 Il brano è stato scritto nel periodo di The Bends e i suoi titoli alternativi erano Mortigi Tempo e Awaits. È straordinariamente significativo l'atto di rilasciarla dal ripostiglio a più di 20 anni di distanza dal suo concepimento.

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wow... sono senza parole anche se voglio rileggere con piu' calma...

per il momento standing ovation :clapclap:

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Apprezzo tanto lo sforzo, scritto e argomentato molto bene. Mi dispiace davvero, vista l'onestà che trapela da questo scritto non essere d'accordo con te sulla tracklist.
Infatti su certi punti, alcuni collegamenti, se pur scritti magnificamente risultano un po' forzati. 
Sono dell'idea che i Radiohead ormai dichiarino poco o niente sui loro lavori semplicemente perché vogliono che ognuno si faccia una sua idea a riguardo. Noi viaggiamo con la mente, facciamo congetture, ma la verità non la sapremo mai. Onore a te che provi a codificarla, ma secondo me resta un tuo punto di vista, alla fine dei giochi. 

P.s. Bellissima la citazione di Montale all'inizio. 

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Principles intanto ti ringrazio per aver letto. Ma è chiaro che il punto di vista è quello mio, è la mia idea a riguardo! Anzi meno male che sia così, altrimenti, se avessi la verità fra le mani, sarebbe un po' noioso, no?

L'ho scritto nella premessa, il linguaggio artistico è soprattutto irrazionale, è fatto di suggestioni, rimandi, emozioni, immagini.

Poi le stesse possono essere condivise o meno, e la trovo una cosa sacrosanta.

Grazie per il feedback!

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Davvero bello, ti faccio molti complimenti, bravo, questi sono bei post da leggere.:)

Hai tirato fuori un sacco di spunti interessanti. Devo dire che sono molto combattuto, sono convinto anche io che i Radiohead non facciano le cose a caso, ma sono anche abbastanza - abbastanza - convinto che non siano nemmeno cosi specifici e cerebrali. Però è vero che anche io feci una dissertazione simile ascoltando Limbs che, fino a prova contraria, che non avrò mai - :P, non posso certo sapere se sia vera. Ma è un interessante chiave di lettura, sicuramente. 

Io rimango convinto che Pool sia una ottima raccolta di canzoni che volevano pubblicare e che non abbiano proprio voluto pesnare ad un concetto questa volta (alla fine è una scelta pure questa): mi fa strano pensarlo perchè so che i Radio sono certosini sopratutto su cosa inserire e cosa no (su questo hai ragione da vendere), ma spingersi fino a qui, non lo so. Sono dei geni, certo, ma qui siamo quasi alla metamusica. Limbs invece l'ho visto abbastanza spesso come "concept" sulla natura, senonaltro per i testi ricchi di richiami alla stessa ma anche, come scrivi tu a certe filosofie orientali: ma era questa, una cosa molto più facile da cogliere, grazie ai richiami testuali molto diretti e a certi suoni del disco. 

Alla fine gli unici dischi che potrei definire veramente concettuali sono Ok e Kid A. E (forse ma forse) Limbs. I famosi dischi Narrativi di cui parlava Bakke. 

Shaped pool per me rientra nell'altra categoria dei dischi Radioheadiani (Amnesiac, Httt, IR ecc), con la specialità però che è forse il più disomogeneo anche musicalmente.  

 

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Letto e riletto, veramente uno scritto bellissimo:)

Al di là dell'oggettività o meno del pensiero, ti voglio ringraziare per averlo condiviso perchè hai colto alcune delle sensazioni che provo ascoltando A Moon Shaped Pool, sensazioni fortemente amplificate dalla copertina, dal titolo e dall'atmosfera eterea di quasi tutti i pezzi ( che avevo già descritto non mi ricordo in che post, e mi perdonerai in modo molto più pop, accostando come immagine al disco il pensatoio di silente:D).

Le hai messe per scritto diciamo, grazie.

Appena posso mi riascolto l'album rileggendoti, è valsa la pena avere pazienza.

 

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Wanderer e On a Friday grazie mille per le belle parole, troppo gentili. ^_^ ^_^

Il piglio cerebrale sicuramente l'ho dato io filtrandolo attraverso la mia soggettività rispetto al materiale simbolico lasciatoci da Thom e co., quindi di quello mi assumo la responsabilità. Diciamo che a mia volta è come se mi nascondessi e sicuramente non è l'unico modo possibile. Quindi On a Friday non ti scusare, anzi il tuo paragone è sicuramente altrettanto valido perché tutto tuo!

Diciamo che la cosa più importante è essere riuscito a condividere e trasmettere a mia volta impressioni e suggerimenti, per il resto ci sarà chi sarà d'accordo e chi meno, ma per fortuna nuovi spunti nasceranno anche dai contrasti!

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On 28/5/2017 at 0:45 PM, notlivingjustkillingtime said:

Nel linguaggio artistico ad emergere fuori è sempre qualcosa di non razionale. È questo che rende gli artisti tali, il saper maneggiare la materia simbolica inconsapevolmente, la quale si muove anche e soprattutto al di fuori del controllo e dell'intenzione dell'autore.

 

 

Quel che è sicuro è che A Moon Shaped Pool è insieme un punto di arrivo e un punto di inizio. Un percorrere ripercorrendosi, un riepilogo che proietta in avanti. Un'opera giustamente classicista, come d'altronde non poteva essere altrimenti, e sicuramente la più intima e personale dell'intera discografia.

:clapclap:

 

Per tutto il resto, il discorso è molto personale ma a mio avviso anche molto condivisibile: mi hai chiarito alcuni concetti sull'album e ti ringrazio per questa ottima e di alto livello chiave di lettura/recensione di AMSP!

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Complimenti!

Non so se sei sulla strada giusta, ma sicuramente sei su una strada interessante.
Hai messo talmente tanta carne al fuoco che è difficile allacciarsi a un solo argomento per rispondere...

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bravissimo, hai saputo dare una lettura veramente molto interessante. Impossibile dire se la tua interpretazione corrisponda a ciò che i Radiohead volevano dire, ma in fin dei conti questo non è neanche così importante. Trovo condivisibili molti dei punti che hai esposto e alcuni dei legami che hai evidenziato tra le canzoni, altri mi sembrano un po' più forzati, ma comunque ti ringrazio per averci fornito così tanti spunti di riflessione

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Ti ringrazio Beat ^_^

Può darsi che per alcune cose siano un po' forzati ma diciamo che alcuni passaggi li ho anche saltati altrimenti diventava troppo pesante da leggere.

Comunque saldo quelli che sono secondo me i punti fermi senza fare troppa filosofia:

- È un disco il cui concept è il tempo. Quindi inevitabilmente entra in gioco il livello personale, la memoria, la vita e la morte (ho evitato per ovvi motivi di fare biografia ma non può non essere importante l'intreccio di ben 2 lutti con la gestazione dell'album).

- Gli artwork donwoodiani hanno sempre un colore-tema-atmosfera strettamente collegato con il contenuto musicale. Questa volta non a caso, per la prima volta, è il bianco e il nero di una cosa liquida, amorfa, eterea e funerea allo stesso tempo.

- L'ambiguità della tracklist alfabetica è troppo ghiotta, in bilico tra senso e non senso. Diciamo che l'essenza della potenza estetica di questo disco (ma non solo) sta nell'impossibilità di scioglimento della stessa ambivalenza.

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dall'intervista appena uscita su RS
 

Right now, they're on tour in support of their ninth album, 2016's A Moon Shaped Pool, which they surprise-released last May, without any press and with little promotion. "We weren't in a position to really talk about it when it came out," says O'Brien, picking his words carefully. "We didn't want to talk about it being quite hard to make. We were quite fragile, and we needed to find our feet." He pauses. "I don't want to talk about it anymore, if that's all right. I feel like the dust hasn't settled. It was a hard time."

He's delicately referring to the fact that Yorke has been enduring a tragedy that makes everything he went through in the Nineties seem trivial. His ex-wife, Rachel Owen, the mother of his two teenage children, passed away in December after a long battle with cancer. They had separated the prior year, but they'd been together for 23 years. Nobody outside of a tight circle of confidants even knew she was sick, but Yorke's sorrow seeps through nearly every song on A Moon Shaped Pool.

"There was a lot of difficult stuff going on at the time, and it was a tough time for us as people," says Yorke. "It was a miracle that that record got made at all."

Unlike for OK Computer – and most of the rest of the Radiohead catalog – the band came into the sessions with few fresh Yorke demos to flesh out. "There was no rehearsal," says O'Brien. "We just went straight into recording. A lot of the songs had been around a bit. The sound emerged as we recorded."

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On 28/5/2017 at 0:45 PM, notlivingjustkillingtime said:

E Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief a venir fuori è finalmente la voce della Morte. È il suo recitativo, con il suo ambarabà ciccì coccò indica la sua vittima, fa iniziare il conto alla rovescia (“I'm here / come to me / before it's too late / [

molto bello, nel 1994 o1995 i Radiohead facevano una cover di Tim Buckley, Song to the Siren, "Here I am , sail to me, let me enfold you , Here I am waiting to Hold you "(anche nel 2009 in brasile come intro di Everything )

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On 5/28/2017 at 12:45 PM, notlivingjustkillingtime said:

*3 Il brano può essere anche letto come un riferimento all'enantiodromia Ombra/Persona di C. G. Jung. Vi rimando a questo artwork. Ma in generale tutto il long-playing è permeabile a suggestioni junghiane, con gli archetipi di Ombra/Persona, Anima/Animus, Puer/Senex. E il rapporto microcosmo-macrocosmo, interno-esterno, inconscio-geografia ci rimanda ancora una volta all'artwork dell'LP. Vedi anche nota seguente.

Dunque Burn The Witch e, in generale, tutto AMSP, hanno dei rimandi a Jung che lo accomunano ad ANIMA (anche se tu non lo apprezzi :laugh:).

Minchia :uhm:

 

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